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Il figlio che sarò

 

uno spettacolo di Gianluigi Gherzi e Giuseppe Semeraro
di e con Gianluigi Gherzi e Giuseppe Semeraro
una produzione Principio Attivo Teatro
con il sostegno di Progetti Carpe Diem-La casa delle storie (Sardegna) e di Trac-Residenza Teatrale di Novoli (Puglia)

Uno spettacolo sul tema dei padri, dell’assenza dei padri, della mancanza di contatto tra le generazioni.
Un uomo di quarantacinque anni, Giovanni, incontra Vito, il suo vecchio professore della scuola media superiore.
Come tanti padri, che il professore incontra ogni giorno, Giovanni ha un grosso problema col figlio: c’è silenzio, troppo, tra di loro, non riescono a comunicare, il figlio sembra, agli occhi del padre, assente, abulico. Senza valori e senza interessi. Spinto dalla presenza del suo professore, Giovanni ricorda la propria infanzia e adolescenza, infanzia e adolescenza splendida e terribile.
Adolescenza dove ci sono boschi di ulivi, strade storte, bici senza freni, ma anche periferie desolate del sud Italia. Ci sono incontri disgraziati e incontri miracolosi. Ci sono le cadute e i riscatti. C'è la relazione con Matteo, suo padre. Matteo che concepisce il figlio come proprietà, che vuole delinearne, attraverso una serie di affermazioni assolute, il percorso, la vocazione. Che mette bocca nella scelta della scuola da frequentare, delle compagnie adatte e non adatte. Matteo, un padre raramente capace di tenerezze e di ascolto, che ama la sua creatura, ma nello stesso tempo è spesso convinto che il modo migliore di amare è raddrizzare, curare il ramo che gli sembra storto per farlo tornare diritto, non ammettere e soprattutto non scusare mai la deviazione, le debolezza, la fragilità.
Giovanni conquista la sua indipendenza, allarga il suo raggio d’azione, scopre la città, il brivido degli amori e degli innamoramenti, le compagnie festose e sperse, il tentativo di crearsi una vita senza limiti e barriere, la fascinazione della trasgressione, la messa in discussione del concetto stesso di “legge”.
Vive la felicità nel trovare le proprie strade e, insieme, la confusione, come se qualcosa continuasse a mancare, come se un tassello fosse rimasto fuori posto. Diventato padre a sua volta, Giovanni vede suo figlio crescere e, nonostante tutti i progetti, le buone intenzioni, sente che quel tassello mancante si ripropone nella propria vita. Come se quel padre che manca, adesso fosse diventato qualcosa che manca in lui
Giovanni racconta a Vito, il professore, i suoi richiami al figlio, spesso inascoltati, i suoi consigli, che sente retorici, di come lentamente il rapporto con il figlio si sia riempito di silenzi, di zone d’ombra, di argomenti che non si possono toccare. Lentamente sente crescere dentro e attorno a sé il germe insidioso dell’indifferenza, dello scoramento.
Dentro una domanda, sempre più forte. Domanda che porta Giovanni a interrogare il mare, la natura, gli alberi, la campagna da cui viene. Domanda se sia possibile, come e in quali forme, incontrare di nuovo la figura del padre, un’autorità non basata sulla violenza e sul ricatto emotivo, se sia possibile che l’esempio dato da quella figura ridiventi parola calda di incoraggiamento alle esistenze.
Attraverso questo racconto, Giovanni si pone di fronte ai propri buchi e alle proprie mancanze di oggi, al tradimento di quelle passioni e di quei desideri che proprio il rapporto con Vito, il suo professore, aveva attivato in lui.
Nello stesso tempo questo viaggio nella propria memoria poetica ed emotiva e la nuova apertura di discorso e di visioni con il professore, permetteranno a Giovanni di ripensare in modo diverso a suo figlio, di ricominciare a reinventarlo poeticamente dentro di sé.